Setter, Bracco, Beagle, Labrador: migliaia di cani da caccia vivono in famiglie che non cacciano. In Italia il dibattito è fermo a “può funzionare o no?”. In Germania sono già passati al “come farlo funzionare”. Ecco cosa possiamo imparare.
C’è una scena che chiunque abbia un cane da caccia conosce bene: la passeggiata nel bosco, il cane che fiuta qualcosa, lo sguardo che si accende, e poi… il vuoto. Il richiamo ignorato, la corsa dietro a una traccia invisibile, i minuti di panico prima che ricompaia. E poi la domanda, sempre la stessa: “Ma è normale? Posso farci qualcosa?”
In Italia, quando si parla di cani da caccia che vivono in famiglie non venatorie, il dibattito sembra fermo da anni. Da una parte chi sostiene che “queste razze non sono adatte alla vita familiare”, dall’altra chi minimizza con un “basta fargli fare movimento”. Nel mezzo, migliaia di proprietari che navigano a vista, tra sensi di colpa, frustrazioni e consigli contraddittori.
In Germania, invece, il dibattito è già altrove. Non si chiedono più SE un cane da caccia possa vivere felice in una famiglia che non caccia. Si chiedono COME. E hanno sviluppato risposte concrete, metodi strutturati, una vera e propria filosofia della gestione etica del cane da caccia come pet.
È arrivato il momento di guardare oltre le Alpi.
Il problema italiano: tra negazionismo e catastrofismo
Parliamoci chiaro: in Italia manca una cultura diffusa sulla gestione specifica delle razze da caccia in contesto familiare.
Quello che troviamo, di solito, sono due estremi.
L’approccio “negazionista” dice: “È solo un cane, trattalo come tutti gli altri.” Risultato: proprietari impreparati alle specificità di un Segugio o di un Setter, cani frustrati, problemi comportamentali che sembrano uscire dal nulla.
L’approccio “catastrofista” dice: “Queste razze non sono per tutti, servono ore di attività fisica, meglio lasciar perdere se non sei un professionista.” Risultato: famiglie terrorizzate, cani che finiscono in canile perché “troppo impegnativi”, aspettative impossibili.
Quello che manca è la via di mezzo: una comprensione realistica dei bisogni specifici di queste razze, accompagnata da strumenti pratici per soddisfarli in modo etico, senza trasformare la convivenza in un incubo e senza coinvolgere animali selvatici.
Il modello tedesco: Jagdersatztraining
In Germania esiste un termine che in italiano non ha ancora un equivalente diffuso:
Jagdersatztraining. Letteralmente: “training sostitutivo alla caccia”.
Non si tratta di addestrare il cane a cacciare. Esattamente l’opposto: si tratta di offrirgli attività che soddisfino i suoi bisogni genetici — cercare, fiutare, inseguire, riportare — senza coinvolgere animali vivi o morti.
Il concetto è semplice ma rivoluzionario: il comportamento predatorio non è un difetto da correggere, ma un bisogno da soddisfare in modo appropriato.
Ines Scheuer-Dinger, trainer certificata e una delle voci più autorevoli in Germania sul tema, lo spiega così nel suo libro “Leben mit Jagdhund” (Vivere con un cane da caccia, Cadmos Verlag): “Reprimere rigidamente tutti gli elementi del comportamento predatorio porta alla frustrazione, e questa rende il cane irraggiungibile.”
Scheuer-Dinger lavora da oltre dieci anni con famiglie che hanno cani con forte motivazione predatoria. Il suo approccio si basa su un principio fondamentale: lavorare CON l’istinto del cane, non CONTRO.
Il cambio di prospettiva che cambia tutto
Cosa significa, in pratica, “lavorare con l’istinto”?
Facciamo un esempio. Il vostro Bracco fiuta una traccia e si blocca, completamente assorbito. L’approccio tradizionale italiano direbbe: “Richiamalo subito, non lasciarlo fissare, interrompi quel comportamento.”
L’approccio tedesco dice l’opposto: quel momento è un’opportunità, non un problema.
Scheuer-Dinger insegna a trasformare l’avvistamento o la percezione di una traccia in un momento di cooperazione. Il concetto si chiama “Kooperation am jagdlichen Auslöser” — cooperazione sullo stimolo venatorio. Il cane non viene punito per aver notato la preda: viene premiato per averla segnalata al proprietario. Nel tempo, invece di scattare dietro al capriolo, il cane impara a voltarsi verso di noi. “Ehi, hai visto? C’è qualcosa di interessante laggiù.”
Questo non è addestramento alla caccia. È trasformare un comportamento potenzialmente pericoloso (la fuga) in collaborazione volontaria.
Il “Projekt Freilauf”: guadagnarsi la libertà
Un altro concetto tedesco che meriterebbe cittadinanza italiana è il “Projekt Freilauf” — Progetto Passeggiata Libera.
L’idea è strutturare un percorso graduale, con tappe precise, per arrivare a una gestione sicura del cane libero in ambienti naturali. Non un “vediamo come va” improvvisato, ma un piano con obiettivi misurabili.
Le tappe includono esercizi di orientamento verso il conduttore, gestione delle distrazioni, richiamo in presenza di stimoli predatori, e costruzione di una fiducia reciproca che permetta al cane di esplorare sapendo di poter tornare, e al proprietario di lasciarlo andare sapendo che tornerà.
Questo approccio contrasta con la pratica italiana comune di tenere eternamente il cane al guinzaglio “perché non si sa mai”, oppure di liberarlo sperando che vada tutto bene.
Cosa possiamo importare in Italia?
La Germania non ha la bacchetta magica. Anche lì esistono cani difficili, famiglie in difficoltà, situazioni complesse. Ma quello che hanno, e che a noi manca, è un framework concettuale condiviso, un linguaggio comune, una serie di strumenti pratici accessibili anche ai non professionisti.
Ma il punto di partenza è questo: smettere di chiederci se sia giusto o sbagliato avere un cane da caccia in famiglia, e iniziare a chiederci come farlo funzionare. In Germania lo fanno da anni. È ora che lo facciamo anche noi.
Francesca Angelinelli · SearchingDog Educazione Cinofila
